“Sempre duro l’Ortles” è la frase che ha chiuso la nostra due giorni sulla montagna. Dovreste leggerla con quella r un po’ moscia e un po’ fiacca che usano gli alto atesini quando tentano di parlare italiano. Loro che parlano normalmente in tedesco, che a me sembra tutto fuorchè una lingua morbida, chissà perchè quando parlano in italiano mettono questa r un po’ sfigata. Forse è psicologico, vista la considerazione che hanno della nostra lingua.

Ma non volevo fare polemica. Era solo per dire che la nostra giornata è finita non proprio da alpinisti duri e crudi. Avevamo deciso di salire (e scendere) i primi (e ultimi) 600 m di dislivello con la seggiovia dell’Orso. La scusa per la salita era che siamo stati a visitare il museo di Messner a Solda, quindi non potevamo fare troppo tardi al rifugio: rischiavamo che finisse lo strudel.

Alcuni cimeli nel Messner Mountain Museum di Solda

Alcuni cimeli nel Messner Mountain Museum di Solda

La scusa per la discesa era che la via normale sarebbe stata lunga e in più avremmo avuto davanti ancora 4 ore di auto. Meglio risparmiare un po’ di tempo.

Così dopo i tornanti che dal rifugio Tabaretta portano nella conca sotto la nord dell’Ortles, abbiamo imboccato il sentiero “alto” che porta alla funivia. Ci sembrava pure pianeggiante, un po’ più lungo, ma pianeggiante. E invece gli ultimi 500 metri sono in leggera salita (forse meno di 500, ma sembravano 500), di quella salita non faticosa se sei fresco, ma che ti fa schiattare quando sei stanco e l’unica cosa che vorresti fare è arrivare alla macchina.

Così quegli ultimi metri ci hanno fatto soffrire, trasformando le nostre facce in chissà quale maschera di dolore, tanto da far dire all’addetto della funivia “sempre duro l’Ortles”. Zaini, scarponi, picozza e corda tradivano il fatto che non fossimo semplicemente andati a fare una passeggiata al Payer. Eravamo stati sicuramente sull’Ortles e così il simpatico sud-tirolese ha rimarcato che, insomma, non eravamo proprio freschi come delle rose.

E non si può certo dire che avesse torto, per carità, visto che stavamo camminando dalle 3:45 del mattino quando, usciti dal rifugio Coston, ci siamo avviati di buon passo verso la cresta del Coston di Dentro, che poi tutti (italiani e tedeschi) la chiamano Hintergrat perchè in lingua tedesca sembra più dura e alpinistica. Coston invece sembra quasi veneto o friulano, quindi non si addice alla zona.

La prima parte, che dura tre quarti della lunghezza della via, non è che sia molto entusiamante, alpinisticamente parlando intendo. Una dura salita su sfasciumi che, complice la nottata tormentata, il raffreddore, il mal di gola, la quota e quel maledetto materiale che è sempre meglio portare ma che non si usa mai che ti pesa nello zaino, ci ha stroncato decisamente le gambe e il fiato. Poi siamo sbucati all’alba su quel pianoro di neve che vedevamo il giorno prima giù da Solda e che ci sembrava altissimo. L’alba ha colorato la neve di rosso e ha rivelato un Gran Zebrù coperto dalle nebbie. “Per fortuna” ci siam detti  “non siamo là in mezzo”.

Parete nord del Gran Zebrù e Cevedale

Parete nord del Gran Zebrù e Cevedale

Ma nonostante le visioni impareggiabili delle alte montagne all’alba, il fiato rimaneva comunque corto e ragionando sulla nostra apparente e sorprendente (si fa per dire) stanchezza ci siamo dati la spiegazione che la salita fino a quel punto era stata senza adrenalina. Come se avessimo bisogno solo dell’adrenalina per non sentire la stanchezza.

Arrivati alla parte interessante della via abbiamo tirato fuori le corde, appeso tutto quel materiale che è sempre meglio avere ma che non si usa mai all’imbrago, e ci siamo accodati con lo zaino più leggero alle altre cordate per fare quei tre tiri di corda che consentono di passare le parti più affilate ed esposte della cresta.

La cresta Hintergrat e il Signalkopf

La cresta Hintergrat e il Signalkopf

Passato il “difficile” abbiamo ripreso quella sorta di balletto che prevede il cambiamento d’assetto da roccia a ghiaccio e viceversa. Togli la corda a tracolla, via lo zaino, fuori i ramponi, giù la picca, infila i ramponi, rimetti lo zaino, accorcia la conserva, impugna la picca. E abbiamo salito gli ultimi metri di nevaio pendente, che sembrava di salire le scale di quei minareti visti l’anno scorso in Uzbekistan. Ogni passo 10 m di dislivello (e per fortuna!). E poi di nuovo il balletto al contrario: togli la corda a tracolla, via lo zaino, spoglia i ramponi e infilali nello zaino, appendi la picca, rimetti lo zaino, allunga la conserva, dammi un paio di rinvii. Abbiamo salito l’ultima paretina, non faticosa, non difficile ma è sempre una paretina e arrivati allo spuntone: sosta.

La croce ormai era lì ma avevamo davanti ancora della neve, ma a quel punto chissenefrega di ramponi picca e tutto il resto, siamo andati avanti dritti “Tanto ci sono le peste degli altri”. Ancora qualche roccetta e quando finalmente siamo arrivati alla croce (nel mio caso anche un po’ prima) c’ha preso quel magone di vetta che lo si chiama così solo per non dire commozione, perchè non è da alpinisti duri e crudi (con la r dura tedesca, questa volta).

In quei momenti abbracci la croce, abbracci il socio, poche parole perchè il fiato è ancora un po’ corto. Ma lo sai che anche lui dietro quegli occhialoni neri ha gli occhi lucidi, perchè è stata una faticaccia, molto più del previsto, ma come al solito non abbiamo mollato. Un po’ per orgoglio un po’ perchè siamo fatti così. Non siamo fortissimi, non siamo allenatissimi, ma non molliamo quasi mai. E quindi in vetta ci si sente anche un po’ orgogliosi di non aver mollato perchè ci dà l’idea che se anche nella vita ci dovesse capitare una cosa brutta o faticosa, sappiamo che avremo la forza di non mollare.

Poi quando al cervello è arrivato nuovamente un po’ di ossigeno, tutti i bei pensieri e le riflessioni esistenziali sono spariti e ci siamo goduti il panorama, ci siamo messi la giacca perchè tirava un vento freddo, ci siamo bevuti un sorso di coca cola perchè il the l’avevamo finito già da un po’. E poi giù, lungo la via normale fino al Payer. Panino-acqua-strudel e abbiamo imboccato il lungo sentiero fino al Tabaretta e poi alla seggiovia, dove siamo arrivati che ormai erano 16.

La croce di vetta dell'Ortles

La croce di vetta dell’Ortles

Ed è dopo tutto questo che il tizio ci dice “sempre duro l’Ortles”, con quella r un po’ moscia. Ma noi non l’abbiamo mica presa male, anzi. L’abbiamo presa bene perchè, sarà anche duro, ma noi ce l’abbiamo fatta.


Ecco le altre foto della nostra salita (se non le visualizzi qui, prova su Flickr)

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